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© Foto di Cecilia Rabeschi

Protagonisti Yuri Calabrese Mercoledì 14 dicembre 2016

A tu per tu con Sara, nostra campionessa wushu

Dagli anni Settanta abbiamo imparato a chiamarlo kung fu, sbagliando. Sara Benfenati racconta storia e particolari di questo sport aperto a tutti.

Avete presente il kung fu, quello di Bruce Lee? Ecco! Abbiamo sempre sbagliato a chiamarlo così e questa notizia ce la dà Sara Benfenati. Lei è giovanissima, studentessa di scienze motorie e a soli 21 anni è una promettente maestra Uisp di wushu kung fu. Da poco è entrata nella nazionale Italy health qigong association ma non solo. Lei e la sua squadra, il 31 ottobre, sono tornati vittoriosi portando sei ori e quattro argenti dal secondo campionato europeo di healt qigong, un particolare stile di wushu kung fu, disputato in Francia.

Wushu tradotto letteralmente significa «arte marziale» ed è la più antica delle arti marziali orientali. È nato in Cina e di questo paese racchiude cultura, filosofia, storia e religione degli ultimi 5.000 anni. Sono svariati gli stili che si distinguono nel wushu, con esercizi che mirano sia al combattimento che al miglioramento della salute fisica e mentale. Questa disciplina, intesa come sport agonistico, venne inserita tra le discipline dimostrative alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, ma con gli avvenimenti della seconda guerra mondiale e la successiva rivoluzione cinese non vi fu mai la comparsa ufficiale in ambito olimpico.

Giovanissima maestra e campionessa europea, tu fai kung fu, immagino da sempre...
«Sì, in realtà so che hai sempre sentito dire kung fu, però il nome più corretto per questa disciplina è wushu. È stato portato in Italia negli anni Settanta come kung fu perché tradotto male dai film. Kung fu in realtà in cinese significa solo “abilità”, ma i maestri cinesi quando venivano qua dicevano wushu kung fu, che vuol dire “abilità nel wushu”. Da lì i vari pensieri: “Io faccio kung fu, no tu fai wushu”. Per farci capire meglio diciamo wushu kung fu».

chi si difende o attacca conoscendo le arti marziali è sempre punito maggiormente dalla legge e le nostre conoscenze sono da considerarsi armi bianche

E quando hai iniziato a praticare questa disciplina? Quando invece a insegnarla?
«La pratica l’ho iniziata a quattro anni e mezzo, quando mio papà, maestro di wushu, ha aperto una palestra ad Argenta, in provincia di Ferrara. Molti pensano che mi abbia convinto lui o che lo faccia per fargli un favore ma ho scelto io. Con l’insegnamento ho sempre un po’ aiutato papà. Nella nostra scuola diciamo “Insegnando si migliora”. Già dal periodo delle scuole medie facevo da assistente per le lezioni dei più piccoli. A diciassette anni ho preso la cintura nera all’interno della nostra palestra con un esame pratico e uno teorico sulla storia del wushu, i nomi delle posizioni e degli esercizi, basi di anatomia e fisiologia, quindi le posizioni degli organi, le loro caratteristiche e funzioni. Due anni fa ho fatto il corso con la Uisp per diventare istruttrice».

Nelle palestre in cui insegni, quanti anni hanno i tuoi allievi?
«Ad Argenta ho aperto il corso per i pulcini dai due ai quattro anni, così da fare entrare subito i bimbi nel mondo del wushu attraverso attività ludica e di gioco. A San Lazzaro ho allievi dai cinque anni in su».

Qual è il primo principio che ti piace insegnare?
«La prima cosa che insegniamo, aldilà della pratica, è il rispetto. Per me è fondamentale ed è quello che mi ha sempre trasmesso mio papà. È importante fare capire ai bambini che le cose che imparano in palestra non le devono andare a fare a scuola. Gli spieghiamo: “Se un bambino ti ruba la merenda tu non è che devi mica tirargli un calcio!”. Anche perché chi si difende o attacca conoscendo le arti marziali è sempre punito maggiormente dalla legge e le nostre conoscenze sono da considerarsi armi bianche».

Prima di entrare nella nazionale Italy qigong association già facevi gare di wushu?
«Sì, portando in pedana esercizi di chang quan, stile wushu del nord. Pratico anche altri stili, come il sanda, ma non per gareggiare. Se vuoi diventare brava in uno stile devi concentrarti soltanto in quello. Ho fatto varie gare, regionali, nazionali e tante amichevoli, mai ovviamente di alto livello come quest’ultima! In particolare ricordo una gara Uisp, tre anni fa alla fiera del benessere di Modena che organizzano sempre a fine anno. All’inizio, arrivati lì, non capivamo se era una gara o uno spettacolo, perché c’erano tante discipline tra le quali judo, aikido e altre. Ma abbiamo detto “Boh, proviamo!”. Poi abbiamo scoperto che era una gara interdisciplinare. Tra i vari giudici c’era un’importante coreografa della ginnastica artistica di alto livello e alla fine siamo arrivati secondi, la prima è stata una squadra di judo con una coreografia molto carina».

Il wushu si distingue in tre categorie.
Per periodo di nascita: si differenzia il wushu “tradizionale” da quello “sportivo”. Il primo è quello elaborato e tramandato da maestro ad allievo fino ai giorni nostri, con il fine originario dell’addestramento al combattimento. Nella società moderna è praticato soprattutto come metodo salutistico. Il secondo è stato codificato negli anni Cinquanta dalla commissione per lo sport della Repubblica Popolare Cinese e si fonda sugli antichi stili tradizionali. Si divide in due settori: le forme (taolu) e il combattimento libero (sanda).
Per il principio alla base degli esercizi: gli stili detti “interni” prediligono l’aspetto interiore e sono lenti, morbidi e rilassanti; si focalizzano sulla respirazione e sulla meditazione, come ad esempio, il tai ji quan. Gli stili detti “esterni” prediligono l’aspetto esteriore, sono più aerobici e più duri, focalizzano l’allenamento su velocità e forza esplosiva, come ad esempio il ba ji quan e il tang lang quan.
Per la provenienza geografica: con gli stili definiti “del nord” o “stili lunghi” – perché prevedono posizioni lunghe, basse e tecniche adatte a combattimenti a lunga distanza – e quelli detti “del sud” o “stili corti” – che prevedono posizioni corte e alte, adatte in combattimenti a corta distanza.

E ti trovi bene nella Uisp?
«Sì! È molto interessante partecipare ai vari stage ed eventi che propone l’associazione, conoscere altre arti marziali e altri atleti della mia o di altre discipline. Grazie alla gara Uisp, della fiera del benessere di Modena, abbiamo avuto un grande slancio per cambiare il nostro approccio, come scuola, all’attività agonistica. Quando abbiamo vinto la coppa per il secondo posto, ho detto a mio papà: “Hai visto? Adesso potremmo iniziare a gareggiare di più!”. È stata una spinta importante».

Qual è il ricordo più bello inerente al wushu?
«Quando ho realizzato il mio sogno: andare in Cina, per allenarmi nella scuola del Maestro Wang Deming, famoso anche grazie alla partecipazione al film La tigre e il dragone. Mi allenavo sei ore al giorno, sabato e domenica otto. Tornata dalla Cina è stata tutta una svolta: ho imparato nuove cose, ho aperto la mia palestra e sono migliorata molto fisicamente. Sai, prima di partire dovevo operarmi per dei dolori importanti alle ginocchia, invece ho preferito andare, anche perché avevo paura che dopo l’operazione non avrei più ripreso le mie attività come prima. In Cina ho lavorato molto sul potenziamento muscolare e sullo stretching e sono tornata molto più in forma, i dolori sono diminuiti per non dire spariti».

Hai trovato importanti differenze tra l’allenamento fatto in Italia e quello cinese?
«Rispetto al modo d’insegnare di mio papà non ho trovato grande differenza. Mio padre ha sempre studiato con maestri cinesi e quindi ne ha assunto i metodi. Infatti per questo mi sono trovata bene in Cina, perché ero già abituata ovviamente era tutto accentuato!».

Quando sei entrata in nazionale Italy health qigong association?
«Quest’anno, però già da quasi tre anni mi alleno con la nazionale a Modena con Xu Hau, allenatore della nazionale».

Mi spieghi la disciplina di questi campionati europei, la health qigong?
«La health quigong è una specialità nuova di wushu focalizzata su movimenti per la salute e sulla medicina cinese. Prima si conoscevano degli esercizi molto simili dal nome ba duan jin. Questi li studio con papà, perché propedeutici per praticare taiji, uno degli stili del wushu. Grazie al maestro Xu Hao abbiamo conosciuto gli esercizi dell’health qigong, nuova forma di ba duan jin. Non so se sai che i cinesi parlano molto dei “canali energetici”, argomento collegato all’agopuntura, per cui ad ogni punto del nostro corpo corrisponde un “canale”. Lo studio del wushu è strettamente collegato alla salute e all’agire sui giusti punti energetici».

E cosa ci puoi raccontare di questa gara europea di health qigong?
«Non avrei mai pensato di praticare questi esercizi. Avevo iniziato a studiarli ma non per le gare: poi mi sono trovata in questa avventura ed è stato molto bello e sorprendente. Quando ho ricevuto la telefonata in cui mi si chiedeva di partecipare a questi europei non ho dormito per una settimana! E dire che di solito alle gare sono sempre la più carica del gruppo perché la meno ansiosa; poi quando entro in pedana l’ansia, che mi ha raggiunta pochi minuti prima, si trasforma in carica e adrenalina. Ma si vede che questo tipo di gara mi piace davvero tanto, perché l’ansia è arrivata subito!».

Il campionato europeo di qigong a cui ha partecipato la nostra Sara e la sua squadra era alla sua seconda edizione e si è svolto il 29 e 30 ottobre in Francia, a Rouen. Il team è stato nominato “Bambù Blu” per i kimoni più belli della manifestazione.

Quante squadre c’erano alla gara?
«Eravamo quasi 300 atleti, rappresentanti di quindici nazioni».

Pensavi di ottenere questi meravigliosi punteggi agli Europei?
«Assolutamente no! Negli esercizi in gruppo abbiamo vinto due ori. Finita la presentazione degli esercizi in gara, il maestro ci ha subito detto di aver fatto meglio che in allenamento: è stata una grande soddisfazione. Per forme singole, io ho vinto due argenti, i miei compagni quattro ori e due argenti. Io sono stata l’ultima a portare gli esercizi individuali, ho chiuso la gara degli esercizi individuali e i miei compagni avevano già preso punteggi dal nove in su. Immagina che ansia di prestazione! E mi dicevano: “Mi raccomando Sara, non ci abbassare la media che ti lasciamo qua!”. Una cosa molto emozionante era venire fermati in giro per il palazzetto per sentirci elogiare, dicendo che siamo un grande team».

Come descriveresti questa specialità di wushu?
«Fatta proprio per riequilibrare corpo e anima: Yin e Yang. È una specialità assolutamente aperta a tutti. Possono partecipare dai bambini fino agli anziani, che trovano enorme giovamento nella pratica di questi esercizi. Ai giovani permettono di rimettere in sesto il fisico che, con l’attività acrobatica degli altri stili, alla lunga, porta a degli scompensi anche importanti».

 

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